Dipartimento d'Ingegneria

FENOMENOLOGIA DEI REGOLAMENTI Featured

Written by  Wednesday, 17 February 2016 18:39
FENOMENOLOGIA DEI REGOLAMENTI
Claudio Braccesi
 

Dopo anni di carriera universitaria, in un momento di stanca del lavoro, potevo dedicarmi efficacemente a stimolare il mio intelletto nel comprendere le regole della VQR. In fondo sarebbe stata una ghiotta occasione per colmare qualche mia lacuna nell’ambito della statistica, disciplina che, al pari della chimica, ha rappresentato per me sempre un qualcosa di misterioso ed a volte magico, al contrario della matematica e della fisica che invece mi hanno fornito un confortante appiglio deterministico, rassicurante per interpretare il mondo. Ma, devo dire la verità, una sorta di indolenza suggerita dalla non condivisione di fondo della VQR, mi ha portato a desistere ed a delegare vigliaccamente il mio Direttore ad operare al mio posto la scelta dei prodotti, minacciandolo anche di farlo bene, altrimenti mi sarei pure arrabbiato. D’altra parte, nel momento di stanca del lavoro, bisogna pur passare il tempo e, non essendo ancora entrato nell’ottica di dedicarmi al bricolage o al collezionismo, ho passato qualche giornata a navigare su internet. Cosa faremmo se non ci fosse internet. Grande mistero dell’umanità questa tecnologia che consente a chiunque di passare ore ed ore del suo tempo gratuitamente, mentre chi ti fornisce il servizio fa miliardi a palate. Qualche ricercatore di filosofia ed anche di economia potrebbe risolvere l’arcano di come sia possibile far soldi con l’attività di perditempo di un frustrato professore universitario. Spero che la cosa non sia spiegabile con la fisica, altrimenti cadrebbe anche il rassicurante mito deterministico di causa-effetto che ancora è vivo in me, come dicevo pocanzi (versione aulica e rara di poc’anzi secondo Treccani, ma da me preferita). Quindi veniamo al prodotto delle mie navigazioni. Essendo un tipo un po’ scontato, di scarsa fantasia, non sono stato capace di rivolgere le mie navigazioni al di fuori del mondo universitario. Quanto ci trovi di affascinante in questo è una bella domanda che rivolgerei al mio psicologo, qualora avessi fiducia nella psicologia. E quindi, con la caparbietà di chi vuol per forza farsi del male, ho incentrato le mie avventure alla scoperta dei regolamenti (di varia natura) delle varie università italiane. Naturalmente, la mia mente analitica, mi ha costretto a catalogare con precisione tutto quello che ho trovato, ma è comunque interessante narrarlo discorsivamente, lasciando a chi legge di intravedere, sottintesi nel discorso, i riferimenti precisi a norme e leggi.
 
Crocera n. 1: Le carte di credito
Fin dal lontano (ormai) 1995 lo stato italiano si è accorto dell’esistenza delle carte di credito. Ovviamente, pur essendo che la materia sfugga oggettivamente alla sua potestà, ha voluto annunciare la scoperta con una legge, nascondendola in un comma di una legge molto articolata e varia che, tradotto in linguaggio corrente, suona così: esistono le carte di credito, quindi le amministrazioni pubbliche ne possono far uso. E’ notevole il tono del nostro stato. Non avrebbe mai potuto annunciare la scoperta delle carte di credito e basta, non fa parte del suo carattere. Ha tradotto questa scoperta in una di disposizione. Chi le avesse usate prima di questa disposizione non avrebbe commesso alcun illecito, in ogni caso, da quel momento in poi, nessuno poteva pensare di accusarlo di un illecito. Potenza delle norme! Visto l’antefatto, l’uso delle carte di credito è regolato da ogni università con apposito regolamento. Non basta ai Rettori la norma pleonastica del Ministero del Tesoro. Essi devono per forza inquadrare l’argomento in una normativa, non richiesta e quindi di maggior cogenza, secondo lo spirito di tutti i regolamenti. In base ai vari regolamenti troviamo l’università che consente la carta di credito al Rettore ed al Direttore Amministrativo, quella che la estende anche agli autisti per fare benzina e pagare l’autostrada (non si sono accorti, evidentemente, che stavano violando un altro regolamento che obbligherebbe le amministrazioni a far benzina sul Consip). Quindi Rettore e Direttore Amministrativo, eventualmente ad indegnamente affiancati in una sede dagli autisti. Una ipotetica sede avrebbe potuto allargare la cerchia anche al giardiniere, per la benzina del tagliaerba, cosa che poteva far succedere la circostanza che il Rettore, dimenticata a casa la carta di credito, se la fa prestare dal giardiniere. Circostanza del resto illecita, perché il regolamento ammonisce sul fatto che l’uso della carta di credito è personale e riservato, quindi questo potrebbe prefigurare la circostanza che uno sconsiderato Rettore intima ad un riluttante giardiniere di consegnargli la carta di credito, pena ritorsioni e poi venga arrestato per peculato e minacce. Ritornando alle variegate disposizioni in merito, alcune sedi, molto serie, nell’escludere gli autisti (ed i giardinieri) ammettono al possesso della carta i Direttori di Dipartimento ed i loro Segretari Amministrativi, altre sedi pensano addirittura che la possano avere i responsabili di Fondi di Ricerca. Non è lecito sapere quali siano le disposizioni di legge che hanno ispirato la fantasia degli estensori dei vari regolamenti, ma da questi si trae una sintesi (scientifica) incontrovertibile: potendo il Rettore e l’Autista (ed il Giardiniere) essere dotati di carta di credito, ogni dipendente e quindi ogni professore ne potrebbe parimenti essere dotato. Ergo non serve alcun regolamento per le carte di credito, potendo ogni Dipartimento gestirne e programmarne l’uso nell’ambito dell’ordinaria amministrazione contabile. Ma questa è una considerazione eversiva ed anarchica che sfugge alla penna di uno sconsiderato.
 
Crocera n. 2: Le piccole spese
Da sempre, in ogni amministrazione, esiste l’economo. Gestisce un piccolo fondo, spesso frazionato in capitoli di spesa, per le piccole spese rimborsabili direttamente a sè stesso o al personale incaricato. Ogni Ente ha generato l’aneddoto dell’Economo che mette nelle mani del messo due fogli da mille lire e lo manda a comprare con uno di essi 10 gomme da cancellare con resto di 200 lire e con l’altro una granata con resto di 300 lire, ammonendolo a non riportagli 500 lire intere. Beh! Altri tempi. Il Bilancio Unico che attualmente vige nell’università, essendo di tipo privatistico, elimina per principio lo stesso concetto di Economo e di Fondo Economale, ma, i vari atenei, morsi da una struggente nostalgia, tengono in vita questi istituti a mezzo, ovviamente, di regolamenti. Ecco quindi l’Ateneo che ha un fondo economale solo a livello di sede centrale, l’altro che lo prevede anche per i Dipartimenti, con dotazioni le più disparate. I più azzardosi arrivano a prevedere un fondo di Dipartimento di 5000 Euro reintegrabile in itinere e rendicontabile con scontrino semplice fino a tot. Euro, con scontrino parlante fino ad altri tot. Euro, con fattura intestata al Dipartimento oltre tot. altri Euro. La singola spesa effettuabile arriva fino alla astronomica cifra di 1000 Euro! Naturalmente nessun estensore è in grado di poggiare l’articolato su alcuna legge, ma vige una sorta di autocontrollo che spinge ognuno a limitare il più possibile le spese ammesse e ad articolare il più possibile la casistica, convinto del fatto che, necessariamente, tali spese genereranno grandi illeciti. A nessuno viene in mente che, a fronte della presentazione di una fattura per una lavatrice (circa 300 Euro), un Direttore sprovvisto di regolamento dovrebbe banalmente dire al dipendente di comprarsi la lavatrice coi suoi soldi, mentre, vigendo un articolato regolamento, un qualunque Direttore potrebbe comprarsi allegramente la lavatrice rendicontandola con scontrino ‘parlante’. Anche da questi variegati regolamenti si trae la morale (scientifica) che, stante la normativa vigente, ogni Dipartimento è libero di gestire le piccole spese come meglio crede, amministrandole nell’ambito dell’ordinaria amministrazione.
 
Crocera n. 3: Gli Acquisti
A seguito delle varie disposizioni tese a razionalizzare la spesa delle pubbliche amministrazioni in tempi di crisi e patto di stabilità, vige un supposto obbligo a rifornirsi presso la Consip ed in subordine ad usufruire del MEPA. Naturalmente ci si riferisce ad amministrazioni che spendono soldi pubblici e quindi anche all’Università quando imputa le spese a valere sull’FFO e forse sulle tasse universitarie. A nessuno dovrebbe sfuggire che i fondi conto terzi, nell’ambito di un bilancio privatistico aziendale, dovrebbero e potrebbero esser non considerati della fattispecie in questione. Naturalmente questa circostanza è ignorata e se ne dà una giustificazione di varia natura assimilabile comunque alla nota ‘supercazzola’ di Germiniana memoria. Ad ogni buon conto la materia è sezionata e sviscerata nei vari regolamenti di contabilità e dà luogo a provvedimenti di acquisto dalla ‘narrativa’ sterminata (VISTO.. CONSTATATO CHE.. RICORDATA LA LEGGE, CONSIDERATO IL REGOLAMENTO TAL DEI TALI, approvato il … ed emendato il …, etc, etc), che si concludono con le uniche due righe utili: si approva la spesa di tot. Euro a valere sul fondo XX. Naturalmente la ‘narrativa’ dei provvedimenti, imposta dai vari regolamenti, assume le forme più disparate. C’è quella che esclude l’uso di Consip perché il materiale non è disponibile, o non è opportuno usare quello di Consip, quella che esclude il MEPA, vista la più o meno veritiera unicità del fornitore, quella che realizza la spesa sul MEPA e la spesa consta di un computer con una scheda particolare, sensibile all’olezzo del cavol-fiore, che, guardacaso viene offerta sul MEPA, quella che esclude il MEPA perché in esso non è reperita la scheda sensibile al cavol-fiore, quella che deroga al MEPA perché la spesa è inferiore a 40.000 Euro, quella che esclude la Consip ed il Mepa perché inferiore ai 12.000 Euro. L’inoperosità del navigante era tale e tanta da consentirgli di collezionare tale infinita varietà di delibere. A conclusione di questa ‘ricerca’ si deve e si può concludere (scientificamente) che si potrebbe approvare una spesa, con motivata delibera non richiamante alcuna legge, né alcun regolamento, con una qualsiasi delle modalità suggerite dalle leggi in vigore e dal principio sancito dal Codice Civile del ‘buon padre di famiglia’. Ma per far questo occorre che qualcuno si assuma la paternità della motivazione della delibera. I Responsabili dei fondi lo farebbero, in genere, volentieri, ma i Direttori Amministrativi non lo consentono, credendo che sia imputata ad essi la responsabilità, mentre, per legge, ad essi spetta il solo rispetto della regolarità amministrativa e non altro (es. non possono comprare un computer dicendo che è carta da fotocopie o roba simile).
Crocera n. 4: Le borse di studio
Fino alla ultima riforma che ha reso l’Università teoricamente molto più snella e libera, si conferivano borse di studio post-laurea con ottimi risultati per portare avanti il lavoro universitario che, per definizione, si deve avvalere di collaboratori pro-tempore (attenzione pro-tempore, non precari!). Questi collaboratori potevano trarre un vantaggio economico nell’intraprendere un percorso formativo post-laurea, spesso sfociante in una proposta di lavoro da parte delle Ditte con cui l’Università lavora(va). Ebbene, un piccolo comma della 240, teso a limitare giustamente il precariato, stabilisce che ai gruppi di ricerca possono aderire i borsisti con borse esplicitamente contemplate in Convenzioni. Ciò ha portato alcune sedi ad interpretare questo comma come l’obbligo di fare borse solo con esplicite Convenzioni. L’esatto contrario di quanto normato, che si riferisce ad attività di ricerca passibili di ‘rivendicazione’ di aver svolto una funzione universitaria, mentre le ‘normali’ borse sono inquadrabili in attività formativo post-laurea con interazioni con la ricerca solo ‘eventuali’ e casuali. Tale pratica ha di fatto estromesso il docente dalla gestione del Budget a sua disposizione, contraddicendo lo spirito della 240 che è imperniato tutto sulla gestione del Budget. Il borsista non è più del professore, ma dell’ente che ha finanziato la borsa: una follia! Altre sedi, invece, continuano bellamente e giustamente a bandire borse col Budget dei fondi a disposizione del docente, alcune dicendo (giustamente) che non sono borse di ricerca, altre, continuando a chiamarle borse di ricerca, ma ammettendo ( altrettanto giustamente) che la ricerca sia finanziabile dalle disponibilità del Docente. Nel caso di fondi provenienti da attività conto terzi, quindi da cifre introitate con Fattura assoggettate all’IVA, una volta destinati a finanziare una borsa, questi sono esclusi dal recupero IVA con conseguente vantaggio erariale. Per amor di correttezza la nostra sede introita i fondi per le borse con nota di debito non assoggettata all’IVA, procurando, sempre per amor di correttezza, un evidente danno erariale. Anche questa Crocera suggerisce, per la varietà dei regolamenti trovati, che ogni ateneo può e dovrebbe bandire borse (di studio, di formazione, di ricerca) come meglio crede, al fine di facilitare ed incrementare la capacità di lavoro dei docenti ed offrire occasioni di formazione ai ragazzi.
Alla fine cosa possiamo dire. Credo che ogni Ateneo dovrebbe istituire un tavolo ( un amministrativista, un giurista, un esperto di bilancio aziendale) di figure che sicuramente l’Ateneo ha in organico. Basta scegliere tra quelli che non si dedicano ad incrementare le proprie citazioni attraverso la pubblicazione su riviste internazionali di ricerche inutili ed inconsistenti. Questi volonterosi potrebbero ‘bruciare’ i regolamenti vigenti e redarre ex-novo quei due o tre regolamenti veramente necessari, funzionali allo snellimento burocratico ed al buon funzionamento dell’Università. Il navigante, ormai abbagliato e inebetito dal suo peregrinare, sta naturalmente farneticando: sono ben altri i problemi dell’Università. Le persone coscienziose si danno da fare in modo costruttivo, mica navigano!

Additional Info

  • Ora inizio: 09:00
  • Ora fine: 18:00
Last modified on Monday, 22 February 2016 09:22

Leave a comment

Make sure you enter the (*) required information where indicated. HTML code is not allowed.

NOTE:

This site uses cookies, including third parties, for statistics and to help you navigate web pages. Further information available at the privacy policy page. Learn more

I understand